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EVENTI CULTURALI PER LA CHIUSURA DELL’ANNO PAOLINO
E una conferenza stampa del cardinale Andrea di Montezemolo nella Sala Stampa della Santa Sede.

Roma, 27/03/2017

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L'ANNO PAOLINO E SCHOENSTATT
"Anno Paolino" in occasione dei 2000 anni dalla nascita di chi portava il Vangelo "fino ai confini"

S. Paolo
CHIEAS, P. Alberto Eronti.
La notizia dice semplicemente che: "il prossimo 28 giugno alle 17,30 il Papa Benedetto XVI presiederà i Primi Vespri della Solennità di San Pietro e San Paolo nella Basilica di San Paolo fuori delle Mura, a Roma. Che cosa ha di particolare quest’annuncio?. Di per sé niente, perché è comune per questa Solennità, che i Papi abbiano questi gesti verso "l’apostolo dei gentili". Ciononostante il Papa proclamerà in quel pomeriggio l’inizio "dell’Anno Paolino", in occasione dei 2000 anni dalla nascita di chi portava il Vangelo "fino ai confini".
 
Al ricordare espressioni di P. Kentenich su San Paolo, di cui ha parlato in numerose opportunità, ce n’è una particolarmente illuminante: "…San Paolo è stato eletto nel seno di sua madre per annunciare al mondo il mistero di Cristo". Se prendiamo le lettere attribuite a San Paolo nel Nuovo Testamento e leggiamo le prime righe di ognuna, costateremo che l’espressione che ho appena citato tocca il fondamento di quello che l’Apostolo ha vissuto e sentito come seguace di Cristo. Tutte le lettere cominciano con un’allusione al Messia (Cristo), e l’inizio della lettera ai Romani è la miglior sintesi: "Paolo, servo di Gesù Cristo, eletto apostolo, messo a parte per annunciare il Vangelo di Dio… ".
 
Ciò che più colpisce di San Paolo è la sua coscienza d’elezione e la sua appartenenza a Cristo.
 
In lui si riflette il proprio e l’essenziale dell’elezione ad essere discepolo del Figlio di Dio fatto Uomo. Non c’è dubbio che San Paolo aveva un temperamento appassionato, ha seguito e servito Cristo, e vissuto per Lui con assoluto radicalismo. Così che scriverà alla Chiesa della Galazia: "…non vivo già più io, ma Cristo vive in me; la vita poi che adesso vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e dato se stesso per me". (Gal. 2,20). In un mondo pagano è stato capace di vivere per Cristo e di annunciarlo con la sua vita e la sua parola. Per far notare la grandezza della fede che proponeva, sapeva che doveva cercare una coerenza tra il suo dire ed agire. E nemmeno dimostra timidezza al manifestare la sua decisione più intima e personale nei confronti del mondo e a quello che il mondo gli offre. Non mostra disprezzo per il mondo, bensì una stima totale per Colui che gli ha cambiato la vita e gliel’ha colmata di pienezza, e lo dirà alla Chiesa di Filippi: "Ma quel che per me era un vantaggio, questo per amore di Cristo ho ritenuto una perdita, che anzi ritengo tutto una perdita a paragone della suprema cognizione di Gesù, mio Signore…" (Fl.3, 7-8). Esagerato? Può essere, ma ci sono momenti che solo gli "esagerati" nell’amore, la dedizione e la lealtà, costituiscono una luce per il mondo ed una scelta di vita per tanti.
 
Solo coloro che "vivono radicalmente le loro convinzioni, si distinguono dalla mediocrità e dalla noia in cui si immerge la massa umana".
 
In un tempo d’indifferenza verso l’avvenimento cristiano, in un’epoca in cui avviene un cambiamento secolare della civilizzazione che ha creato un neo paganesimo, in un tempo così, solo coloro che "vivono radicalmente le loro convinzioni, si distinguono dalla mediocrità e dalla noia in cui si immerge la massa umana". Gesù aveva detto ai suoi "Voi siete la luce del mondo" (Mt. 5,14). Paolo si è costituito luce di Cristo per tanti. Ha parlato con passione di Colui che amava e al quale aveva dato la vita. Ha posto tanto amore in quello che faceva per Cristo, che l’uomo retto e lottatore, che arrischiava fino all’audacia, si è dichiarato madre di molti all’illuminarli per il Vangelo, così come lo manifesta in maniera sincera, quando manifesta l’essenza stessa di essere discepolo: "Figli miei, ancora una volta mi avete causato dolori di parto, fintantoché Cristo non si formi in voi".
Dirà, con la meravigliosa libertà interiore, propria di chi si sa discepolo di Gesù Cristo, a quelli che ha convertito al Vangelo che devono essere come lui. Non ha nessun problema in considerarsi modello di discepolo del suo Signore: "Siate dunque miei imitatori, come io lo sono di Cristo" (1ª Cor. 11,1). Conoscitore del suo mondo, sapeva che abbondavano le "offerte" ingannevoli per coloro che hanno abbracciato la fede, perciò capiva anche che non è sufficiente parlare, ma si deve incarnare quanto si annuncia. Si tratta di vivere in modo tale quanto si annuncia che non ci siano dubbi di quale strada si debba seguire. "Siate tutti miei imitatori, fratelli ed osservate quelli che si comportano secondo il modello che avete in noi" (Fl. 3,17)
Pochi hanno saputo annunciare con la praticità di Paolo il mandato di Gesù: "Vi do un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato" (Gv. 13,34) nel suo desiderio che tutti capissero, che essere seguaci di Gesù suppone la novità di essere conosciuti per l’amore ("da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri" Gv.13,35) e darà insegnamenti bellissimi e concreti alle chiese che fondava. Alla comunità di Corinto lascerà come testamento il chiamato "Inno d’Amore" (1ª Cor 13,1-8), in cui s’insegna "un cammino eccezionale", perché solo " l’amore non erra mai". Alla Chiesa di Colossi dirà, che per amare come Gesù ci comanda ci si deve "spogliare" o togliersi il vestito del non amore: la collera, l’ira, la cattiveria, le oscenità…..e vestirsi del vestito nuovo dell’amore più grande: …."vestitevi di sentita compassione, di generosità, di gentilezza, di pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e perdonandovi…" (Cl. 3, 8)
 
Accoglienza, trasformazione ed invio
 
Nei nostri Santuari, al lato del Tabernacolo e di Maria, abbiamo le statue dei due apostoli. Uno ha "la chiave" , l’altro "la spada". I simboli distinguono a ciascuno, e allo stesso tempo mettono in evidenza la loro identità e missione. Pietro e Paolo sono stati "eletti, chiamati e inviati", da Gesù Cristo. Si tratta di unire ciascuno di questi verbi alla grazie del Santuario: accoglienza, trasformazione ed invio. Il Padre Fondatore paragona la sua missione al vivere dell’Apostolo dei gentili: "Così come Paolo è stato eletto nel ventre di sua madre per annunciare al mondo il mistero di Cristo, io sono stato eletto nel ventre di mia madre per annunciare al mondo il mistero di Maria". Non sono due "misteri" paralleli, bensì un mistero solo: Maria ha vissuto per Gesù, il mistero di Maria è quello di Gesù, poiché per Lui ha vissuto, lottato e si è dedicata.
Che quest’Anno Paolino ci trovi uniti e riuniti nei nostri Santuari facendo sì che l’amor ci accolga, trasformi e invii, affinché l’orizzonte della missione di Schoenstatt si apra sempre più alle vaste sfide del tempo e con il Padre della Famiglia possiamo pregare:
Madre, che Schoenstatt continui ad essere il tuo luogo preferito, il baluardo dello spirito apostolico, il capo che conduce alla lotta santa, la sorgente di santità nella vita quotidiana, fuoco del fuoco di Cristo, che fiammeggiante sparga scintille luminose, finché il mondo, come ungere di fiamme, s’accenda per la gloria della Santissima Trinità. Amen" (Verso il cielo, nº 499-500)
 
Traduzione: Maria Tedeschi, La Plata, Argentina
 

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Saeculo XX expleto postquam Sanctus Apostolus Paulus in terris ortus est, speciales conceduntur Indulgentiae.

Il Padre Priore dell'Abbazia di San Paolo Fuori le Mura ha composto un inno in onore dell'apostolo delle genti.
Per leggerne il pentagramma ed ascoltarlo, andare sul sito:

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